L’informatica e i suoi mali – Fake news

di Tecla Clarissa Maulella – Parte III (vedi Parte IParte II)

Gli esempi molto razionali su quanto il web possa compromettere le nostre idee o opinioni sono le “bufale” che girano e molte volte ci fanno odiare o amare cose non veritiere. La cosa che più ha colpito ultimamente è la rivolta dei “gilet gialli” in Francia. Sappiamo benissimo quanto i francesi ci tengano al loro paese e soprattutto al loro senso patriottico. Purtroppo noi italiano di patriottico abbiamo solo il difendere per nome la nostra cucina e i nostri monumenti che, ammettiamolo, non li conosciamo tutti (data la grande presenza di cultura sarebbe anche un po’ impossibile). I francesi amano il rispetto e il sentirsi rispettati (anche se molto più freddi degli italiani). Gli italiani invece vogliono sentirsi rispettati a parole ma non rispettano ciò che gli è dovuto. Sarà questione di mentalità, sarà anche questione di approccio con la realtà dei fatti ma quasi sicuramente possiamo distinguere, come sempre, chi sa prendere in mano la situazione e chi resta fermo a giudica il comportamento degli altri.
I gilet gialli nascono come protesta contro l’aumento delle tasse sul gasolio fino a scagliarsi direttamente contro il presidente Emmanuel Macron, la cui popolarità è in forte calo. In Italia da anni abbiamo il problema di tasse o incrementi (non esiste italiano che non si lamenti del proprio Stato ma che gioisca per aver inventato la pizza) ma pochi hanno cercato di creare una vera e propria “rivolta”. Siamo il paese del “si vedrà” o “non importa, mi raccomanda Caio”. Si arriva a questo: si guarda il prossimo.
Varie sono state le bufale in Italia contro i gilet gialli. La rivalità tra i due popoli non passerà mai se i francesi diranno ancora che il loro formaggio sia meglio del Grana o se noi affermiamo che i vini toscani o piemontesi siano più pregiati dei loro. Esaminiamo qualche bufala.

La foto bufala della ghigliottina dei gilet gialli contro Macron:

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Questa foto è stata senz’altro modificata in quanto vengono aggiunti dei gilet gialli a persone che non c’entrano nulla a riguardo. Ne riporta il debunker David Puente nel suo blog.

Molti avrebbero voluto vedere il popolo francese come durante la loro prima e storica rivolta ma niente di tutto ciò. C’è chi tra i commenti avrebbe solo voluto far emergere il popolo francese come violento e sanguinoso fin troppo attaccato alle tasse e ai “pochi centesimi”. Come notiamo invece nella pagina di David Puente la foto è stata presa sulla pagina rumena di “Telejurnal” già pubblicata il 23 luglio 2018.
Ma i francesi, ci si domanda in giro, si sono davvero ispirati a tutto ciò? Le idee ce le chiarisce sempre il giovane ragazzo cacciatore di bufale in quanto arriva davvero una ghigliottina per rendere il tutto più reale e patriottico (secondo il sito “Actu.fr”) e troviamo la foto del 24 novembre 2018 scattata a Loudéac:

Nell’articolo: “La guillotine a circulé dans le cortège de 900 Gilets jaunes à Loudéac, dans les Côtes-dArmor, samedi 24 novembre. (©Le Courrier Indépendant)”

Il ragazzo italiano insieme ai gilet gialli
Per creare il “video del momento” c’è bisogno: di un problema abbastanza recente e sentito e di chi ci metterebbe sempre la faccia.
Girano alcuni video di questo ragazzo che si diverte a creare una certa “suspense” tra gli articoli del momento. I giovani riescono a non cascarci facilmente dati i tanti video dove si mostra sempre il “paladino” della giustizia, se così si può dire, travestendosi da pilota per raccontare i problemi del cambiamento climatico e le sue verità poi da cuoco che rivela la “strana legalizzazione” della carne di cane in Svezia fino ad arrivare ad essere un gilet giallo. Una bufala costruita sulle immagini parlanti, che fa sempre breccia.

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Si smaschera facilmente con le sue stesse parole ripetendo più volte “qui in Italia i TG non ne parlano” (ma lui dovrebbe essere in Francia) e usa spesso la parola “accise” che oltre a non convincere fa capire di essere un vero “bufalaro”.

Gilet gialli e Starburgo:
Si pensa che l’attentato di Strasburgo sia un complotto degli stessi gilet gialli. Lo scoop apre la nostra mente investigatrice tanto da farci sentire i nuovi Sherlock Holmes. E’ bello interessarsi ma divagare e divulgare parole e pensieri non certi ci rende davvero una società malata capace di voler credere a tutto pur di non informarsi. In Italia il Corriere della sera riporta le prime voci di questo complotto messo in atto dal governo Macron e altri responsabili della sicurezza attraverso vari tweet. A dare ancora più fuoco alle accuse è Fly Rider, ovvero Maxime Nicolle, uno dei capi della rivolta dei gilet gialli. Sul gruppo Facebook “Fly Rider infos blocage”, che conta decine di migliaia di membri, a poche ore dalla strage, Nicolle ha scritto: “Se qualcuno vuole fare davvero un attentato, non aspetta che ci siano tre persone per strada alle otto di sera.
Si scatena così il peggio. Pane per i denti di chi poi cerca di incentivare l’odio e stereotipi o pregiudizi. Questi post sono stati rimossi ma sul web qualche pagina ancora ne parla.
Le bufale da un lato servono proprio per aprire la nostra mente a nuovi orizzonti e per capire quanto il web possa farci male. Certo, non è facile non “cascarci” a primo impatto, soprattutto se troviamo foto o video modificati abbastanza bene. Magari si vorrebbe trasmettere anche un bel messaggio ma nulla di affidabile in quanto parta tutto dall’immensa immaginazione umana. La fantasia, molte volte, è proprio un’arma e il web ci aiuta davvero a sprigionare tutto ciò che di “bello” possa avere sia la nostra mente che il nostro lato più oscuro. I giovani saranno sempre più agili a cercare e approfondire le nuove conoscenze su notizie che molto spesso circolano senza un’origine reale ma le persone che “statisticamente” hanno più esperienza di vita non riescono bene a fare i conti su quanto il web possa rigirarci facilmente.

Abbiamo molti siti dove smascherare le bufale e non farci abbindolare da notizie false. Impariamo semplicemente ad usarli per aiutarci a trasmettere e ad accrescere di una sana e veritiera cultura.

L’informatica e i suoi mali – parte I

di Tecla Clarissa Maulella – Parte I

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Appartenere ad un mondo significa farne parte e vivere al passo con i cambiamenti. Possiamo dire che la nostra esistenza gira attorno a continue analisi del nostro tempo, del nostro spazio e soprattutto della nostra persona. In base a molte situazioni l’uomo si è trovato a dover competere con la propria persona per appacificarsi con tutto ciò che lo circonda e soprattutto con sé stesso. Se prima aveva a che fare con qualcuno più forte fisicamente poi arriva ad aver paura del “potere” metaforico, fino a temere sé stesso e le sue invenzioni. L’informatica è la forma che più ha aiutato l’uomo ad evolversi in maniera mentale ed intellettuale, fino a distruggerlo sentendosi solo un semplice numero.

Tutto ciò che noi immaginiamo e supponiamo deriva dal fatto che siamo in continua evoluzione. Si dice che il peggior nemico di noi stessi sia il nostro Io. L’informatica non è nient’altro che una forma a disposizione per impadronirci di conoscenze (spesso sottovalutate) e che molto spesso usiamo per compromettere la nostra cultura. L’informatica è lo strumento dato a disposizione per avere anche un’“intelligenza artificiale”, sperando di poterla utilizzare al meglio. Nasce per facilitare le nostre scelte di vita, incrementare le nostre conoscenze, diventare più socievoli in un mondo dove l’attività sociale di per sé è molto importante nella nostra vita, di lavorare rimanendo aggiornati, di conoscere le realtà lontani dalla nostra casa, e soprattutto renderci migliori. Con quest’ultima opzione si rimanda al fatto che noi abbiamo sempre avuto bisogno di cercare o, molte volte, creare una figura migliore da poter inseguire ed imitare. L’uomo manca di autostima per arrivare a voler imparare da figure superiori. C’è chi crede in un Dio, chi crede in filosofie personali e chi ancora venera oggetti per avere fortuna e ricevere una via di salvezza. L’informatica dovrebbe renderci migliori? Dovrebbe, in un certo senso, farci raggiungere più facilmente tutti i traguardi possibili per migliorare uno stile di vita. Qualcosa sarà sfuggito di mano, in quanto questa “lunga strada felice” sembra ci abbia portato all’abbandono di noi stessi.
Ricorderemo senz’altro il primo computer, la nostra prima chat e quanto fosse “innovativo” dire di aver letto le prime notizie su Internet. Ricorderemo storie quasi “macabre”, potevano sembrare, di conoscenti che grazie alle chat volevano incoronare il loro sogno d’amore oppure di quanto potesse sembrare “ricco” impegnarsi in un lavoro dove non bisognava muoversi ma rimanere vicino ad una scrivania e usare il computer come unico strumento.

Se oggi se ne riparlasse spesso magari si riderebbe ancora. A distanza di pochi anni abbiamo fatto passi enormi. Siamo cresciuti fino ad arrivare a sentirci il centro del mondo, o meglio, l’informatica e le sue evoluzioni lo sono diventate. Poche sfumature di questa nuova parola ci hanno resi davvero persone migliori. Ciò che avrebbe solo dovuto farci diventare macchine per facilitare i nostri scopi e le nostre conoscenze ci ha resi davvero figli della sua macchina. Siamo tanti computer che ragionano e si muovono in base a ciò che è “concesso” fare. Noi e la nostra mente siamo limitati a dover reagire e pensare senza poter o dover essere noi stessi. Ribadisco che tutto era nato anche per aprire le nostre persone e le nostre mentalità ad un mondo nuovo. Cercare un miglioramento personale per chi aveva difficoltà a “vivere” se non nella propria casa e con la propria persona. Aprirsi ad opinioni, vite e iniziative personali. Tutto sembra sfuggito. Adesso il “libera la propria persona” ci rende anche peggiori. Tutto ciò dà solo sicurezza al nostro “lato oscuro” perché niente sarà più facile che sprigionare il peggio di sé senza mai affrontarlo con gli occhi.

Siamo gente di frasi fatte e di personalità misera. Amiamo sentirci speciali per ciò che pubblichiamo o diciamo ma non per ciò che diamo o siamo. La serie Tv “Black Mirror” fa emergere l’importanza di quanto l’informatica ci stia cambiando, di quanto non sia semplice affrontare la nostra stessa persona al di fuori di un mondo tecnologico. Non apriremo mai gli occhi fino a quando non verremo davvero morsi dalla nostra coscienza. Dipenderà sempre tutto dalla circostanza e dalla gravità della situazione ma sicuramente fa aprire abbastanza gli occhi da lasciare un vuoto allo stomaco. In Black Mirror ogni episodio riguarda una storia diversa con situazioni diverse, ma ognuna di esse gira intorno all’informatica (in particolare, ai social media) e fa capire quanto siamo schiavi e prigionieri della nostra stessa creazione ed evoluzione. Circostanze che non fanno sentire all’altezza, in cui c’è bisogno di fingere per sentirsi minimamente alla pari e continuare a far parte di una società che ci vuole in un certo modo, e ci permette, di conseguenza, di non scoprire del tutto ciò che di buono ci appartiene.

Black Mirror ci aiuta ad uscire dalla sola ed unica visione positiva del social, soprattutto. Pensiamo di comparire agli occhi della società solo per essere accettati. Poche persone sanno quanto sia importante mostrarsi per come si è senza appoggiare del tutto il cambiamento che ci divora. Siamo purtroppo in una società dove speriamo di poter essere tutti uguali per poter sentirci accettati (nonostante le migliaia di post per sentirci la pecora nera del gregge). Se arriviamo a vedere le cose in modo diverso (e non sia mai ad esporci) veniamo semplicemente considerati “paranormali”, “instabili” e a volte “ignoranti”. Il male non colpisce tanto noi esseri ormai già “maturi” e capaci di scegliere e decidere cosa fare della nostra vita. Il lato oscuro colpisce soprattutto i più piccoli. La mia generazione ricorderà il primo telefonino ai tempi delle medie (prima non era concesso) e quanto potesse essere difficile ammettere la scelta non condivisa dai propri genitori. Ricorderemo la sfida a chi avesse il cellulare più attivo e veloce nella condivisione di immagini via Bluetooth. Era una novità ma niente di particolarmente vitale. Ai giorni d’oggi invece abbiamo a che fare con ragazzini che già alle elementari nutrono un forte interesse per avere tra le mani un telefono. Devono sentirsi qualcuno. Devono confessare un loro “sentimento” (voler bene o amore) solo con un post su Instagram.

Non importa se in giro non ci sia un vero e proprio legame. Non importa se quell’amica non abbia niente a che vedere con il tuo modo di vedere o di essere, ognuno ha solo voglia di essere accettato. Nutre solo un forte desiderio di non essere emarginato. Prevale un bene reso pubblico ma non vero. Prevale, sostanzialmente, il sentirsi amati e mostrati a tutto il mondo invece di una vera e sana chiacchiera per aprire sé stessi. E’ triste il modo in cui siano diventati superficiali i rapporti umani. Ciò che ci distingueva era il modo in cui le emozioni venivano trasmesse attraverso il cuore, gli occhi e la mente e che adesso non hanno più importanza. Era troppo bello vivere in armonia. E’ più “popolare” vivere di like. L’apparenza, che prima si diceva ingannasse, ai giorni d’oggi è semplicemente l’unica cosa che conta (inganna o no, non importa, “ho bisogno di essere e sentirmi qualcuno”).