L’informatica e i suoi mali – Fake news

di Tecla Clarissa Maulella – Parte III (vedi Parte IParte II)

Gli esempi molto razionali su quanto il web possa compromettere le nostre idee o opinioni sono le “bufale” che girano e molte volte ci fanno odiare o amare cose non veritiere. La cosa che più ha colpito ultimamente è la rivolta dei “gilet gialli” in Francia. Sappiamo benissimo quanto i francesi ci tengano al loro paese e soprattutto al loro senso patriottico. Purtroppo noi italiano di patriottico abbiamo solo il difendere per nome la nostra cucina e i nostri monumenti che, ammettiamolo, non li conosciamo tutti (data la grande presenza di cultura sarebbe anche un po’ impossibile). I francesi amano il rispetto e il sentirsi rispettati (anche se molto più freddi degli italiani). Gli italiani invece vogliono sentirsi rispettati a parole ma non rispettano ciò che gli è dovuto. Sarà questione di mentalità, sarà anche questione di approccio con la realtà dei fatti ma quasi sicuramente possiamo distinguere, come sempre, chi sa prendere in mano la situazione e chi resta fermo a giudica il comportamento degli altri.
I gilet gialli nascono come protesta contro l’aumento delle tasse sul gasolio fino a scagliarsi direttamente contro il presidente Emmanuel Macron, la cui popolarità è in forte calo. In Italia da anni abbiamo il problema di tasse o incrementi (non esiste italiano che non si lamenti del proprio Stato ma che gioisca per aver inventato la pizza) ma pochi hanno cercato di creare una vera e propria “rivolta”. Siamo il paese del “si vedrà” o “non importa, mi raccomanda Caio”. Si arriva a questo: si guarda il prossimo.
Varie sono state le bufale in Italia contro i gilet gialli. La rivalità tra i due popoli non passerà mai se i francesi diranno ancora che il loro formaggio sia meglio del Grana o se noi affermiamo che i vini toscani o piemontesi siano più pregiati dei loro. Esaminiamo qualche bufala.

La foto bufala della ghigliottina dei gilet gialli contro Macron:

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Questa foto è stata senz’altro modificata in quanto vengono aggiunti dei gilet gialli a persone che non c’entrano nulla a riguardo. Ne riporta il debunker David Puente nel suo blog.

Molti avrebbero voluto vedere il popolo francese come durante la loro prima e storica rivolta ma niente di tutto ciò. C’è chi tra i commenti avrebbe solo voluto far emergere il popolo francese come violento e sanguinoso fin troppo attaccato alle tasse e ai “pochi centesimi”. Come notiamo invece nella pagina di David Puente la foto è stata presa sulla pagina rumena di “Telejurnal” già pubblicata il 23 luglio 2018.
Ma i francesi, ci si domanda in giro, si sono davvero ispirati a tutto ciò? Le idee ce le chiarisce sempre il giovane ragazzo cacciatore di bufale in quanto arriva davvero una ghigliottina per rendere il tutto più reale e patriottico (secondo il sito “Actu.fr”) e troviamo la foto del 24 novembre 2018 scattata a Loudéac:

Nell’articolo: “La guillotine a circulé dans le cortège de 900 Gilets jaunes à Loudéac, dans les Côtes-dArmor, samedi 24 novembre. (©Le Courrier Indépendant)”

Il ragazzo italiano insieme ai gilet gialli
Per creare il “video del momento” c’è bisogno: di un problema abbastanza recente e sentito e di chi ci metterebbe sempre la faccia.
Girano alcuni video di questo ragazzo che si diverte a creare una certa “suspense” tra gli articoli del momento. I giovani riescono a non cascarci facilmente dati i tanti video dove si mostra sempre il “paladino” della giustizia, se così si può dire, travestendosi da pilota per raccontare i problemi del cambiamento climatico e le sue verità poi da cuoco che rivela la “strana legalizzazione” della carne di cane in Svezia fino ad arrivare ad essere un gilet giallo. Una bufala costruita sulle immagini parlanti, che fa sempre breccia.

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Si smaschera facilmente con le sue stesse parole ripetendo più volte “qui in Italia i TG non ne parlano” (ma lui dovrebbe essere in Francia) e usa spesso la parola “accise” che oltre a non convincere fa capire di essere un vero “bufalaro”.

Gilet gialli e Starburgo:
Si pensa che l’attentato di Strasburgo sia un complotto degli stessi gilet gialli. Lo scoop apre la nostra mente investigatrice tanto da farci sentire i nuovi Sherlock Holmes. E’ bello interessarsi ma divagare e divulgare parole e pensieri non certi ci rende davvero una società malata capace di voler credere a tutto pur di non informarsi. In Italia il Corriere della sera riporta le prime voci di questo complotto messo in atto dal governo Macron e altri responsabili della sicurezza attraverso vari tweet. A dare ancora più fuoco alle accuse è Fly Rider, ovvero Maxime Nicolle, uno dei capi della rivolta dei gilet gialli. Sul gruppo Facebook “Fly Rider infos blocage”, che conta decine di migliaia di membri, a poche ore dalla strage, Nicolle ha scritto: “Se qualcuno vuole fare davvero un attentato, non aspetta che ci siano tre persone per strada alle otto di sera.
Si scatena così il peggio. Pane per i denti di chi poi cerca di incentivare l’odio e stereotipi o pregiudizi. Questi post sono stati rimossi ma sul web qualche pagina ancora ne parla.
Le bufale da un lato servono proprio per aprire la nostra mente a nuovi orizzonti e per capire quanto il web possa farci male. Certo, non è facile non “cascarci” a primo impatto, soprattutto se troviamo foto o video modificati abbastanza bene. Magari si vorrebbe trasmettere anche un bel messaggio ma nulla di affidabile in quanto parta tutto dall’immensa immaginazione umana. La fantasia, molte volte, è proprio un’arma e il web ci aiuta davvero a sprigionare tutto ciò che di “bello” possa avere sia la nostra mente che il nostro lato più oscuro. I giovani saranno sempre più agili a cercare e approfondire le nuove conoscenze su notizie che molto spesso circolano senza un’origine reale ma le persone che “statisticamente” hanno più esperienza di vita non riescono bene a fare i conti su quanto il web possa rigirarci facilmente.

Abbiamo molti siti dove smascherare le bufale e non farci abbindolare da notizie false. Impariamo semplicemente ad usarli per aiutarci a trasmettere e ad accrescere di una sana e veritiera cultura.

L’informatica e i suoi mali – Black Mirror

di Tecla Clarissa Maulella – Parte II (vedi Parte I)

Analizziamo insieme alcuni degli episodi della serie Tv Black Mirror per poter percepire meglio il messaggio e mostrare quanto non sia facile vivere in questo mondo. Magari noi nel piccolo potremmo capire che siamo davvero delle macchine controllate in tutto ciò che facciamo o diciamo. Siamo degli stampini creati per accontentare chi ancora vuole sentirsi potente.

– Messaggio al Primo Ministro. Viene rapita la principessa Susannah. I rapinatori pubblicano un video su YouTube (uno dei siti, oggi potremmo dire anche app, più usato al mondo) dove la vittima dichiara di essere rapita e di poter essere liberata solo se il primo ministro avrà un rapporto sessuale con un maiale. Due elementi che potrebbero inquietarci: l’uso di YouTube che in poco tempo permette a milioni di persone di poter visualizzare un video grazie a fonti, suggerimenti etc. Esso ci aiuta a rimanere in continuo aggiornamento con musica, documentari e tanto altro ma ci permette anche di far scorrere più velocemente messaggi audio-visivi che molto spesso danneggiano il modo di vedere o di pensare delle cose. Tante volte abbiamo infatti a che fare con “bufale” che sembrano essere più reali nel momento in cui vengono mostrate foto, video e altri effetti più convincenti di una semplice lettura (tutti sarebbero in grado di scrivere e di immaginare – la scrittura è infatti un altro dei mezzi pericolosi sul Web – ma pochi di mostrare davvero attraverso video cosa vogliamo trasmettere). Tutto ciò che gli occhi vedono ci spinge di più a “provarlo”, a crederci magari.
L’altro elemento preoccupante è la derisione, e quanto il web prenda con superficialità quest’elemento. Spesso mettersi in ridicolo aiuta ad accumulare like anche solo per il piacere di far ridere. Tante le persone che sul web tendono a farsi del male per poter mostrare di essere “coraggiose” e di poter far nascere un sorriso anche in situazioni critiche (non mi sorprendo se ai giorni d’oggi riusciamo ad essere più sarcastici che realisti e polemici). Questo tipo di derisione è però ben diversa: l’atto che il Primo Ministro dovrebbe affrontare è una prova quasi paranormale, non “naturale” che non spinge a niente se non al modo di vedere diverso un povero animale che si sacrifica inconsciamente ad un rapporto inconsueto. Un gesto ridicolo si, se così si può dire, solo per far ridere, solo per “aggravare” e non rendersi conto dell’importanza di una persona che dovrebbe rappresentare un intero popolo.
Inizialmente la vicenda si svolge con vari tentativi di rintracciare, attraverso le posizioni dei dispositivi d’origine, l’artefice di tutta la messa in scena ma, non poco importante, la figura di una giornalista che per poter sorprendere il suo caporeparto della redazione giornalistica invia foto compromettenti ad un impiegato statale che lavora a stretto contatto con il ministro ed il suo team.
Altro elemento importante: la donna ormai abituata a vedersi come oggetto. La donna che ai giorni d’oggi difende la propria dignità per avere i pari diritti alla fine sta per diventare un mito. Tante le manifestazioni, tanti i messaggi a favore di donne che purtroppo non sono supportate e non si sentono all’altezza, ma soprattutto tante le donne che hanno atteggiamenti che incentivano il maschilismo, o meglio, alcune forme di misoginia. La donna che deve denudarsi per acquistare lavori, soldi, aiuti. Non voglio includere donne che vengono violentate, maltrattate (psicologicamente e mentalmente) o che purtroppo sono costrette a farlo per via di terzi. Parlo di tutte coloro che si mostrano per essere qualcuno. Quelle donne che senza il loro corpo potrebbero forse pensare di avere una mente. Essere donne non significa vendersi o gridare per acquisire diritti e poi spogliarsi della propria dignità, ancora una volta, per far parte del “nostro mondo”. Il troppo femminismo non aiuta ad essere migliori. Tanti uomini subiscono violenze da parte di generi femminili che hanno gli stessi problemi psicologici, diciamo così, ma sono uomini e non ne parleremo mai. Non uscirà mai tutto fuori dalla società perché siamo e continueremo ad essere ciò che vogliono davvero vedere. L’uomo così resterà il “sesso forte” e la donna quello “debole”. E’ la convinzione che non ci farà mai sciogliere dal modo di essere per divenire il vero “modo di cambiare”.
La giornalista, grazie alle sue “doti” riuscirà ad arrivare al suo scopo raggiungendo il presunto punto dove si trova la Principessa. Tutto invano, era una trappola. Trovandosi insieme ai militari, viene scambiata per una complice e di conseguenza uccisa. Insegnamento: la troppa curiosità che ha origine sul web ci permette poi di scoprire e vivere la realtà con occhi diversi, non capendo davvero quanto sia pericoloso mischiare i due mondi.
Il ministro rinuncia alla sua “dignità”. I tentativi di capire chi sia il colpevole di questa messa in scena sono stati vani. Si ferma il mondo davanti a quel canale che trasmette in diretta lo scempio anormale della situazione. La Principessa però viene liberata anche se incosciente e senza alcun ricordo del suo rapimento. Tutto finisce, il ministro per molti è un eroe, per altri è un essere umano impronunciabile e per altri, o meglio per la moglie, è la delusione immensa. Nelle ore di attesa sulla programmazione o meno della macabra trasmissione, sui social si scatena un vero e proprio bombardamento di commenti ed opinioni. La moglie del Primo Ministro, scombussolata da tutta la situazione venutasi a creare, fa lo sbaglio di leggere la maggior parte delle opinioni sotto forma di post su Facebook. C’è chi cerca di starle accanto e la incoraggia a non sentirsi “sbagliata” nel suo matrimonio, chi la ammira per tutto il dolore che si sta tenendo dentro e chi, purtroppo, trova sempre il modo e il momento giusto per sprigionare il suo “lato oscuro”. Commenti che potrebbero far ridere su quello che sarà il loro matrimonio “al profumo di bacon” ma che data la situazione potrebbe solo rendere tutto più difficile. Nonostante il marito possa far del bene pur mettendo in ballo sé stesso, la moglie non accetterà mai tutto questo, perché influenzata negativamente da ciò che la gente potrebbe pensare. I nostri insulti, le nostre paure, i nostri commenti poco accorti non fanno bene nella vita reale. Tutto questo male ha fatto sì che una moglie vedesse solo la parte negativa di suo marito nonostante abbia rispettato la propria responsabilità nel suo ruolo e nella sua persona. L’insegnamento, a mio parere, più importante è questo: saper cosa scrivere, saper confrontarsi e non saper “ferire” solo per il puro divertimento di avere like, far ridere e far emergere tutto il nostro cattivo senso dell’umore.

Non importerà più cosa siamo e cosa facciamo se le persone verranno sempre influenzate da ciò che si dice e si commenta su un comune Social Network.

– 15 milioni di celebrità. In un mondo dove tutto ruoterebbe grazie a degli uomini-computer su delle cyclette, vivono ancora i sogni e l’amore. Agli uomini vengono mostrati i soliti programmi dove si ride, si scherza fin troppo e non meno importante, le solite pubblicità pornografiche mentre alla donna vengono mostrati i soliti programmi amorosi e le pubblicità su come sentirsi alla pari in una relazione. Il primo elemento dunque è lo stereotipo dei generi: l’uomo che si nutre solo di stupidità e della ricerca di donne facili e la donna che è la classica sognatrice perfetta per un amore ancora più perfetto. I sogni esistono anche nella solita “struttura degradante del web”. Un ragazzo di colore, Bing, rifiuta le classiche pubblicità perché vorrebbe avere altro, vorrebbe vivere e sentirsi stimolato da qualcosa che non fosse “costruito”. Si innamora di una donna, Abi, con un passato non molto favorevole ma brava nel canto. Lui l’aiuta a realizzare il suo piccolo sogno: far parte di un programma per giovani talenti (un po’ il nostro X-Factor o Italia’s Got Talent). Ha una voce meravigliosa e infatti viene presa ma non per la sua bravura ma per il suo corpo, il suo viso particolare. Le viene proposto di “vendersi” in un programma pornografico. E’ questo che la gente vuole. E’ questo che fa davvero scalpore nella nostra società. La pornografia è uno dei mali più estremi per la persona in sé ma anche per le coppie. E’ una tentazione che pochi sanno dire di no. Il proibito regna sempre di più sulle voglie particolari del genere umano. Siamo in continua tentazione da programmi, pubblicità e applicazioni che ci spingono ed essere uguali e a preferire dei mondi che non fanno parte della realtà. Sembrerebbe la ricerca del bello nell’altrove. Non ci si accontenta mai di ciò che già si ha ma si cerca in tutti i modi di riscoprire e soddisfare i nostri bisogni. Non ci si mette più il cuore ma solo l’istinto.
Lei sceglie di vendersi e nonostante la forte delusione del ragazzo “innamorato” lui commette lo stesso errore. E’ l’unico modo di essere qualcuno. Altro elemento importante: siamo in una società in cui vogliamo fuggire ma che per “sopravvivere”, per così dire, dobbiamo venderci in continuazione. Dobbiamo dare “il tutto per tutto” di noi stessi per poter dire di stare bene in questa società. Impariamo a pensare, impariamo a non lasciarci andare nelle nostre debolezze e soprattutto di non fare lo stesso errore che ci ha deluso. Dovremmo avere personalità per sentirci davvero diversi e meritare il nostro stesso bene.

– Torna da me. Due ragazzi felici, Martha e Ash, vivono insieme in una isolata casetta in campagna. Lui da sempre ha, purtroppo, il vizio di non staccare mai gli occhi dal cellulare e ciò gli causerà un distacco dalla vita reale e di conseguenza una scarsa attenzione in ciò che accade. La sua svogliatezza farà si che lui muoia in un incidente stradale lasciando lei e quella che sarà sua figlia (solo dopo scoprirà di essere incinta). La nostalgia del suo amore e della sua voglia di intraprendere una nuova vita la porterà ad affidarsi ad un sistema che le permetterà di ricreare il suo ragazzo: assumerà la sua voce, memorizzerà i suoi modi di dire e cercherà di assomigliargli sempre di più fino a quando capirà di non soddisfare mai la sua mancanza. Non basterà più sentirlo al telefono, parlarci e provare a viverci metaforicamente. Va avanti e si affida ad impiantare il sistema in un computer vivente e con le sembianze di Ash. Questo potrebbe bastare a colmare anche la voglia fisica e il tenerlo accanto ma un computer non ricompenserà mai una persona. Un sistema del genere potrebbe solo far accrescere la mancanza della persona defunta. Il giovane computer non potrà mai essere come lui pur avendo tutto uguale. La mente non colmerà mai ciò che il cuore costruisce. Preferiamo far parte di un mondo vuoto ma siamo umani e resteremo sempre legati alla personalità di chi ci sta vicino. Potremmo anche incantarci dietro uno schermo ed innamorarci per i post in cui veniamo taggati ma non saremo mai tanto presi e felici se non viviamo a stretto contatto al di fuori di tutto.
Martha è cosciente del pericolo che sta vivendo e a cosa sta andando incontro. Starebbe male ancora di più e così prese in mano la situazione e decise di abbandonare l’idea del “far tornare in vita” ciò che non sarebbe mai come il suo ragazzo. Non potrebbe mai prendere posto nel suo cuore. Il computer umano viene chiuso in soffitta e conoscerà la bambina come amico di famiglia ma mai come padre. Spesso decidere di cambiare e staccarci dal mondo virtuale può solo aiutarci ad affrontare meglio gli ostacoli della realtà fino a raggiungere pace con noi stessi. Amiamo ciò che ci lega davvero a quella persona senza dover trovare sollievo in meccanismi facili ma vuoti.

– Orso bianco. Victoria Skillane si sveglia senza sapere dov’è, chi è, e soprattutto cosa fare. Comincia a cercare aiuto ma le persone restano ferme a guardare filmando ogni suo passo. Viene inseguita “senza motivo” da una sorta di serial killer che la intimorisce senza farsi condizionare dai suoi pianti e dalle sue urla. Piange e corre. Incontra Jem che per la maggior parte dell’episodio cerca di aiutarla a fuggire fino a quando si rivela complice di tutto. In qualsiasi scena appaiono persone che si fermano a guardare e a riprenderla con il telefonino senza dire o fare niente. Le viene fatto credere che il genere umano sia stato “incantato” da un segnale (la Y) e suoni su tutti i dispositivi connessi in un determinato momento della giornata. Sembrano tutti impazziti e lei oltre che a stupirsi, impazzisce di conseguenza senza una ragione. Viene rapita e legata ad una sedia. Scopriamo la verità: quando non era ancora “prigioniera” nella realtà aveva una vita normale con un ragazzo. Vivevano una relazione consueta fino a quando rapiscono una bambina e mentre il ragazzo le fa del male lei si ferma a filmarlo senza aiutare e farsi intenerire dal corpicino che piano piano si spegne. La bambina appariva come vago ricordo di Victoria che, talmente l’incoscienza, pensava fosse la figlia. Ogni giorno aspettano che lei si svegli, sfugga al killer, venga ripresa dalla gente, si faccia aiutare dalla complice e poi insultata dopo averle confessato la verità. Ogni giorno è un sacrificio rivivere tutto fino a quando lei non muoia nella sua stessa paura. Siamo una società che si ferma a guardare e a filmare le disgrazie per il puro piacere di pubblicare e diventare “importanti”. Siamo una società che ama il prossimo attraverso le parole ma che non fa niente per rimboccarsi le maniche e aiutare nella realtà. Lanciamo bei commenti, qualche emoticon e, oggi possiamo dirlo, dei GIF con i cuori e abbracci ma non sappiamo prendere in mano la situazione e avere la personalità di sentirci migliori nei gesti.
La punizione viene assegnata ogni giorno per una continua a duratura sofferenza. E’ la vera punizione per chi non fa niente per migliorare la nostra società anche sotto un attacco fisico.
Non bisogna andare lontano per capire che non si ha più rispetto delle vittime o di stragi in determinate zone. Ricordiamo l’incidente della Concordia (tanti i selfie con la neve inclinata dietro), i continui turisti che si fotografano vicino ai monumenti di Auschwitz (nessuna delicatezza nel rispetto di chi lì è morto davvero soffrendo). Risulta esserci un omicidio e noi ricorderemo il luogo, lo fotograferemo e aspetteremo i like per sentirci persone quasi caritatevoli e in pena per chi non c’è più. E’ un protagonismo che nasce a causa di una disgrazia, questo è il vero senso. Vogliamo apparire a prescindere da tutto ciò che sia successo o meno. Prima la frase “il fine giustifica i mezzi” sembrava la solita “lavata di mani” per le guerre e i continui conflitti adesso tutto è giustificato pur di sentirci apprezzati. La ricerca del nostro “essere migliori” non si ferma neanche davanti a vite spezzate. “Vi siamo vicini”, fin troppo se possiamo dirlo.

– Vota Waldo! Il chiaro esempio di quanto le persone non siano più “polemiche”, “serie” ed oggettive sulle scelte che dovrebbero essere importanti e fondamentali per la nostra vita è Waldo. Un orsacchiotto digitale che insulta, scherza fin troppo e percepisce solo tutto ciò che di malizioso potrebbe esserci. Il personaggio funziona e la gente ama Waldo perché non ha l’atteggiamento corretto con cui si affrontano i problemi. Waldo è il sinonimo della poca serietà che la gente mostra. Un politico che cerca di fare ed essere presente viene continuamente insultato sui social (politico, che potrebbe piacere o meno, vuole comunque, o per lo meno dovrebbe, ricoprire un certo ruolo e prendersi delle responsabilità per il ruolo che intende occupare). Waldo è l’insieme di tutti gli insulti che spesso vediamo sul web anche se sfiora la scurrilità più estrema. La gente lo ama proprio per il suo modo di fare. Non importa se voglia o meno prendere in mano la situazione per poter migliorare davvero un paese. Importa tutto ciò che Waldo dice. La cosa davvero fondamentale è che lo dica nei suoi modi. Rappresenta un continuo deridere la politica e la voglia di fare per uno Stato. Il “sistema” decide di candidare l’orsacchiotto scorbutico alle elezioni. La gente voterà davvero Waldo e la sua stupidità. La gente preferirà davvero avere uno stato “Pulcinella” e allo sbaraglio pur di non ricadere in tante responsabilità. Tornerà sempre il discorso di quanto sia più importante fare del “bene ridendo” ed insultare invece di provare ad essere davvero chi cerca di fare del bene anche rinunciando alla propria dignità. Rimarremo sempre fermi ad un mondo dove l’instabilità mentale quando si scherza e si gioca avrà più importanza delle proprie responsabilità prese. Dopo deciso ciò però, saremo legati alle accuse. Ci continueremo a lamentare su cosa e chi non funziona. Apriremo gli occhi solo quando la vita diventerà impossibile e ripenseremo a ciò che avremmo dovuto credere pur di non ridere. Waldo è il chiaro esempio di una società che vuole ridere pur piangendo dentro. E’ la chiara dimostrazione di quanto un pupazzo possa aiutare gli svogliati a svegliarsi e, magari, a comprendere per un po’ la circostanza. Comprendere si ma sistemarla no. Che, in fin dei conti, un popolo ignorante sarà sempre facile da governare.
L’unica persona che riconosce quanto sia diventato inutile questo modo di fare politica, oltre che i rivali, è il doppiatore dell’orsacchiotto, Jamie. Grazie all’amore per un’altra candidata capirà davvero chi merita di fare del bene per un’intera situazione e chi invece potrebbe solo rimanere dietro uno schermo e fare satira.
Distinguiamo sempre il ridere dal bene. Distinguiamo ciò che ci fa stare bene e ciò che ci risolleva per un dato momento. La vita e le nostre scelte non sono certo quello che di concreto avremo se durerà solo qualche istante.

– Caduta libera. In un mondo surreale si vive di like (non molto lontano dal nostro, insomma). Le persone vengono categorizzate e molto spesso scelte (anche solo per sconti su spese, case etc) in base alla loro media di stelle. Per ogni persona che si incontra si fingono sorrisi, parole e gesti pur di votarsi alla fine e raggiungere le 5 stelle. Esaminando la vita di una ragazza, Lacie, si capisce quanto sia importante apparire penta-stellari più che sinceri. Bisogna avere uno stile di vita che piace, bisogna essere sempre gentili e non ragionare con la propria testa ma l’importante è acquistare stelle e munirsi di pazienza. Come detto prima, si possono acquistare case con sconti e promozioni in base alla media dei like. La protagonista ha una media bassa per poter avere una vita secondo le sue aspettative. E’ buona con tutti, cerca di amare il prossimo come meglio può e di lavorare sempre in un certo modo ma ciò non basta. Per poco, ogni volta, viene giudicata male e la cattiveria delle persone che hanno ormai raggiunto un livello già abbastanza alto di media, si sprigiona dando voti negativi. Lei arriva a chiedere “consulenza” per migliorare la sua persona e comprare la casa dei suoi sogni, oltre che a piacere di più. Tutto ciò non ha molto senso nel momento in cui il suo vero sogno è avere un amore stabile e sincero. Sostanzialmente non c’è bisogno di pensare ad un mondo surreale come questo preso in questione. Il nostro è molto simile. Le persone vengono giudicate in base ai like sotto le foto di Instagram o Facebook. Una persona con tanti like sarà bella, intelligente e sicuramente vista bene. Chi ne possiede pochi, purtroppo, sarà una persona povera di sé e con poca popolarità. Questa viene ricercata proprio perché a sua volta “regala popolarità” se così si può dire. Non possiamo tralasciare questo modo di pensare. Si viene giudicati anche in base alle persone a cui noi scambiamo un “mi piace” oppure alle pagine che si seguono. Le persone ormai si conoscono così e si giudicano in quanto tali. Non dobbiamo pensare di essere dei like, dei mi piace o delle piccole persone che dietro uno schermo fingono di amare determinate cose solo per piacere. I Social dovrebbero semplicemente mostrare ciò che siamo affinché venissimo accettati per questo. Nella realtà, in un modo o nell’altro, ci riveleremo e potremmo davvero rimanere delusi da noi stessi.
La protagonista ne passerà tante e verrà giudicata male solo per qualche modo di porsi inconsueto tra i finti sorrisi del mondo in esame. Verrà invitata come damigella d’onore al matrimonio di una sua ex cara amica che, per poter mostrarsi agli invitati la sceglie inizialmente per il punteggio medio nella sua complessità. Dopo vari ostacoli (in uno di questi avrà grande importanza una signora che le aprirà gli occhi sulla vera realtà delle cose e su quanto sia più bello ciò che riteniamo vero e non giusto ciò che riteniamo falso) resta sola con se stessa, si presenta al matrimonio nonostante non sia più benaccetta (la sua media adesso e bassissima e viviamo in un mondo in cui non ci si fida di una persona che preferisce avere poche stelle invece di vantarsi della sua popolarità). Lei sceglie di aprirsi e dire tutto, per una volta vuole essere se stessa ma ormai la società è troppo “malata” o quasi “fissata” per poter accettare il cambiamento. Bisogna dare una svolta alla propria personalità e trovare più autostima nella persona che siamo piuttosto che nella persona che vorremmo essere. E’ bello sentirci accettati e non giudicati, o meglio “votati”. Piacersi è il primo passo per poter vedere il mondo con occhi diversi. I Social hanno sempre fatto in modo di farci apprezzare tutto tranne che noi stessi. Andiamo alla ricerca di un mondo nuovo ma mai del nostro mondo. Ricerchiamo la felicità in ciò che vorremmo e non in quello che possediamo già. Amiamoci e ci voteremo da soli fino a piacersi al punto da dirCI “MI PIACE”.

– Zitto e balla. Internet e i suoi rischi. Come cambiano le nostre vite quando ci dedichiamo a farci del male e nascondere la nostra vera vita grazie al computer. Quante persone si mostrano in un amore perfetto o in una relazione stabile. Quante ancora sembrano persone serie e che non cadono a nascondersi dietro ad uno schermo. Lo “specchio nero”, come ho già ripetuto varie volte, sprigiona il nostro lato oscuro affinché potessimo liberarcene. Molte volte non lo sprigiona ma lo si crea. In questo episodio troviamo un semplice ragazzo timido e per bene, Kenny, che cade nel baratro della pedo-pornografia illegale al computer. Un sistema filma il tutto e comincia ad inviargli messaggi ricattandolo. Il compromesso è: fai quello che ti diciamo oppure il tutto sarà mandato in rete (non più una vita sociale, non riuscirebbe più a guardare negli occhi la propria madre e ancor di più non troverebbe mai facilmente una donna che possa fidarsi). Panico e paura sono le parole che accompagnano tutte le principali sensazioni di questo episodio. Il ragazzo viene mandato a “lavorare” sporco insieme ad un uomo, Hector, che a sua volte è entrato nel baratro peccaminoso (tradiva spesso la moglie). Nessuno vuole che la propria realtà virtuale venga davvero scoperta. Tutte le persone che incontrano a loro volta fanno parte del circolo vizioso e hanno a che fare con la loro coscienza. Arrivano a correre, scappare, rubare e quasi ad uccidersi. Tutti i sacrifici però saranno inutili in quanto il sistema gioca e continua a giocare solo per vedere “cadaveri” dopodiché prenderà la sua scelta e mostrerà a tutti la verità. Il LOL come meme significa tanto. Nonostante arrivi a sacrificare tutto non andrai mai molto lontano.
L’insegnamento principale: tutto ciò che noi facciamo con il computer o con il cellulare è e sarà registrato. E’ il nostro materiale compromettente che a sua volte comprometterà la nostra vita. Niente di più vero insomma. Bisogna cercare di essere migliori altrimenti si arriva a perdere ciò che c’è di più importante: relazioni, amori, dignità e soprattutto fiducia verso sé stessi. Tirare la corda e pensare di essere sempre qualcuno al di fuori della realtà non ci aiuterà mai. Le nostre perversioni, le nostre sfiducie e quanto altro andrebbero controllate invece che assecondate. Siamo controllati e potremmo essere ricattati. Non dovremmo pensare “proprio il mio materiale dovrebbero controllare?”. Ci poniamo tutti questa domanda e, come soluzione, troviamo solo una serie di probabilità e percentuali. Rimaniamo fedeli a ciò che di reale abbiamo ed otteniamo.

– Gli uomini e il fuoco. In un Campo di addestramento militare lo scopo principale è di uccidere i cosiddetti “parassiti” affinché si possa vivere in un mondo migliore. Prima dell’arruolamento verrà iniettato loro un microchip che permetterà di vedere e fare solo quello che il sistema militare obbliga. Diverranno così predisposti a uccidere persone che vedono come degli zombie (sembianze poco umane e violenti alla visione dei giovani intraprendenti militari). Grazie ad un chip un po’ compromesso un giovane di colore, Stripe, capirà in parte la verità. Non vedrà più i parassiti come mostri ma come persone normali che cercano in tutti i modi di difendersi e non essere uccisi. Questa sua nuova realtà non sembra piacergli più e verrà portato ad un compromesso: se il chip verrà estratto ricorderà tutte le scene di omicidio per mano sua, tutti i volti doloranti, tutti i colpi e le pugnalate inflitte oppure potrà rimanere uno di loro e vivrà la vita in modo sereno e da burattino dello Stato. Sceglie la via più facile per accettare la propria persona e i suoi sbagli: dimenticare tutto e pensare solamente ad accontentarsi senza essere felice. Tante volte ricordare i nostri errori ci porta solo a lavorare di più con la nostra coscienza (si sa, è il lavoro peggiore che siamo costretti a fare). Stripe cede del tutto e torna alla sua vita senza aver appreso nulla. Tutto rimosso. Tutto ancora una volta in mano al sistema. In primo piano troviamo il chip come metafora del nostro sistema informatico. Il web cerca di mostrarci le cose in modo del tutto “uniforme”. Non siamo molto liberi di scegliere cosa credere a volte. I media spesso svolgono questo lavoro. Siamo una mente che apre gli orizzonti a ciò che il sistema comanda. Vorrebbero che fossimo dei burattini in mano al potere e che ci muovessimo in gruppo per uccidere ciò che scomodo sta a loro, non a noi. Dovremmo imparare a pensare, a non accettare il chip e a compromettere la nostra persona lavorando su noi stessi invece di scegliere le vie facili. Quante persone dimenticano o ignorano pur di alleviare la propria coscienza. Quante persone ancora preferiscono nascondersi dietro la loro coscienza sporca pur di non ammettere l’errore e far pace con la propria umiltà. Questo è ciò che si vede in secondo piano. L’informatica, come affermato all’inizio, ci aiuta ad imboccare delle vie facili pur di farci camminare liberi di pensieri. E’ questo il vero concetto per cui si impadronisce di noi. Siamo in un’epoca in cui questa semplice superficialità sta distruggendo la nostra complicata maturità.

– Odio universale. Vari omicidi stanno scatenando putiferio in città. Morti senza spiegazioni impauriscono le persone e accendono le cause più importanti negli uffici investigativi. Prima viene uccisa una giornalista che aveva pubblicato un articolo poco approvato dai lettori (riguardante le persone disabili) poi un rapper che si era permesso di non essere delicato verso un suo piccolo fan fino ad arrivare, ma non per ultimo, ad una ragazza che si era permessa di mostrarsi in modo poco fine verso monumenti che richiamano la memoria dei defunti. Il tutto parte da un sistema su Facebook dove bastasse scrivere con l’hashtag #DeathTo (MorteA…”) e il nome della persona mettendo in allegato una sua foto. Il sistema collegato comprometterà delle api meccaniche che entreranno nel cervello della persona ricercata dal web e farla morire lentamente gridante dal dolore. Varie indagini cercano di portare alla verità dei fatti. Tanti gli stratagemmi e i tentativi di risanare l’equilibrio umano cercando, inoltre, di salvare le vittime. Innanzitutto viene mostrata la differenza di percezione del problema dall’investigatrice con più esperienza, Karin Parke, che non è solita pensare di potersi affidare a ciò che i social possano davvero fare e dall’altro lato troviamo una ragazza più giovane, Blue, e con solide basi d’informatica. Lei ci mostrerà quanto possa davvero essere importante, e soprattutto pericoloso, un semplice hashtag sui social. Molto spesso nelle nostre home troviamo commenti verso persone, politici, modelle, cantanti e tanto altro dove oltre che brutti incidenti vengono anche augurate morte e disgrazie. L’episodio punta a far capire quanto invece le parole possano pesare (in questo caso fisicamente ma anche mentalmente) a chi le riceve. Sembrerebbe un giochetto che nasce e finisce sul web (è sempre troppo facile mostrarsi forti a parole soprattutto dietro “lo specchio nero”) ma in realtà resterà sempre un briciolo di male nelle persone che lo ricevono. I Social ci permettono di dire tanto e di fare poco ma quel tanto che facciamo compromette abbastanza da non poter mai ricompensare con il bene minimo. Anche se molte persone risultano indifferenti e magari scocciate dai continui insulti resterà sempre del male in quel commento, nel cuore di chi lo legge e nella nostra coscienza che piano piano si macchierà sempre di più. Essere soggettivi su cose che magari non accordiamo non significa dover mostrare odio e, a sua volta, augurare il peggio. L’odio può solo nascere per l’invidia del gesto e nient’altro. E’ sempre partendo da noi stessi che potremmo davvero migliorare e fare del bene (sperando di sentirci così delle persone migliori e capaci di mostrare maturità in date circostanze).
Non bisogna però pensare che i social e il web possano farci solo del male. Il tutto sta in come noi lo usiamo. Certo, ai giorni d’oggi potremmo dire che ha preso davvero parte nelle nostre vite e che noi manchiamo così tanto di personalità da farci trasportare piano piano.

– Arkangel. Un giorno la piccola Sara scompare sotto la vista della madre, Marie, per inseguire un gattino. Viene ritrovata dopo qualche ora e, per far si che lei non si allontani mai da casa, non si faccia male e venga protetta sotto ogni punto di vista la madre da il consenso per testare un progetto: Arkangel. Viene iniettato alla bambina un liquido (come se fosse un microchip) e la madre può monitorare la vista, la salute e anche le sensazioni della figlia tramite un Tablet. Crescendo però la bambina comincia ad essere curiosa e non sa cosa sia il dolore o il sangue (viveva con un filtro che annebbiava tutto ciò che potesse farle vedere il “male” o potesse trasmetterle del dolore). Non affronterà mai le sue paure. Divenne una ragazzina e la voglia di scoprire era sempre più forte rapportandosi con gli amici a scuola (in particolare con Ryan che farà parte anche della sua sfera amorosa). Cominciò a farsi del male per scoprire sulla sua pelle il dolore, così, presa dal panico, la madre spense il Tablet e decise di far vivere liberamente la figlia senza sorvegliarla. L’adolescenza la porterà a vivere le prime esperienze (rapporti, droga e bugie). Nonostante i tanti anni passati, Marie decise di riprendere in mano la situazione intromettendosi molto nella vita di Sara fino a non farla vivere più. Scombussolamento che porterà alla ragazza ad essere violenta (senza accorgersene a causa del filtro attivato) e ad allontanarsi definitivamente da casa.
L’informatica, come citato prima, è entrata molto a far parte di questo circolo nelle nuove generazioni. I bambini richiedono un Tablet anche solo per guardare i cartoni animati e, in giovane età, molti genitori preferiscono vigilare le scelte, anche innocenti, dei figli. Molti però abbandonano la tecnologia tra le mani dei piccoli anche per molte ore creando una vera e propria dipendenza. Il problema che l’episodio ci pone però è un altro: l’informatica permette una vera e propria sorveglianza sui figli che molto spesso costringe loro a non vivere più. Le nostre generazioni precedenti (possiamo dire che non avevamo tutto questo appoggio) hanno vissuto liberamente anche sottostando a vari limiti imposti. Ai giorni d’oggi molti di questi però non sono più ostacoli e la troppa o la troppo poca attenzione causano danni. Monitorare ogni sbaglio di un adolescente non aiuterà mai la crescita in sé, anzi, incrementerà solo ad un’incapacità nel vivere la vita reale chiudendosi del tutto in una virtuale. Con l’innovazione e i cambiamenti del mondo nuovo è ancora più difficile scegliere di essere genitori perché molto probabilmente tutti vorrebbero, per protezione, salvaguardare il proprio figlio. Abbiamo molte possibilità a riguardo (Applicazioni e Social) che funzionano davvero bene ma che non permettono mai ai nostri figli di sbagliare e affrontare davvero la realtà. Non sapranno mai cos’è il dolore se non lo si conosce. Non sapranno mai cos’è giusto e cosa no. Il Web influenza tanto e l’ideale sarebbe un giusto controllo senza dover limitare o incentivare le cattive scelte. Siamo in quest’era e dobbiamo adeguarci ad ogni cambiamento pur rimanendo solo a guardare.

Black Mirror ci fa aprire gli occhi in una realtà parallela sempre più vicina alla nostra. Viviamo in situazioni che ci permettono di abbandonarci alla realtà e di concederci del tutto ad un mondo surreale che possiamo crearci e sentirci più nostro. L’abbandonarci a tutto ciò è solo sintomo di un ritrovo di noi stessi, o meglio, di sentirci migliori in un mondo che, giustamente, ci creiamo noi. E’ sempre difficile invece lottare per essere qualcuno in una “dimensione” di tutti dove tante cose potrebbero non starci bene. La filosofia di imparare ad accettare tutto fa bene proprio a questo. Accettiamo un qualcosa che non ci appartiene ma mostriamoci forti per affrontarlo.

L’informatica e i suoi mali – parte I

di Tecla Clarissa Maulella – Parte I

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Appartenere ad un mondo significa farne parte e vivere al passo con i cambiamenti. Possiamo dire che la nostra esistenza gira attorno a continue analisi del nostro tempo, del nostro spazio e soprattutto della nostra persona. In base a molte situazioni l’uomo si è trovato a dover competere con la propria persona per appacificarsi con tutto ciò che lo circonda e soprattutto con sé stesso. Se prima aveva a che fare con qualcuno più forte fisicamente poi arriva ad aver paura del “potere” metaforico, fino a temere sé stesso e le sue invenzioni. L’informatica è la forma che più ha aiutato l’uomo ad evolversi in maniera mentale ed intellettuale, fino a distruggerlo sentendosi solo un semplice numero.

Tutto ciò che noi immaginiamo e supponiamo deriva dal fatto che siamo in continua evoluzione. Si dice che il peggior nemico di noi stessi sia il nostro Io. L’informatica non è nient’altro che una forma a disposizione per impadronirci di conoscenze (spesso sottovalutate) e che molto spesso usiamo per compromettere la nostra cultura. L’informatica è lo strumento dato a disposizione per avere anche un’“intelligenza artificiale”, sperando di poterla utilizzare al meglio. Nasce per facilitare le nostre scelte di vita, incrementare le nostre conoscenze, diventare più socievoli in un mondo dove l’attività sociale di per sé è molto importante nella nostra vita, di lavorare rimanendo aggiornati, di conoscere le realtà lontani dalla nostra casa, e soprattutto renderci migliori. Con quest’ultima opzione si rimanda al fatto che noi abbiamo sempre avuto bisogno di cercare o, molte volte, creare una figura migliore da poter inseguire ed imitare. L’uomo manca di autostima per arrivare a voler imparare da figure superiori. C’è chi crede in un Dio, chi crede in filosofie personali e chi ancora venera oggetti per avere fortuna e ricevere una via di salvezza. L’informatica dovrebbe renderci migliori? Dovrebbe, in un certo senso, farci raggiungere più facilmente tutti i traguardi possibili per migliorare uno stile di vita. Qualcosa sarà sfuggito di mano, in quanto questa “lunga strada felice” sembra ci abbia portato all’abbandono di noi stessi.
Ricorderemo senz’altro il primo computer, la nostra prima chat e quanto fosse “innovativo” dire di aver letto le prime notizie su Internet. Ricorderemo storie quasi “macabre”, potevano sembrare, di conoscenti che grazie alle chat volevano incoronare il loro sogno d’amore oppure di quanto potesse sembrare “ricco” impegnarsi in un lavoro dove non bisognava muoversi ma rimanere vicino ad una scrivania e usare il computer come unico strumento.

Se oggi se ne riparlasse spesso magari si riderebbe ancora. A distanza di pochi anni abbiamo fatto passi enormi. Siamo cresciuti fino ad arrivare a sentirci il centro del mondo, o meglio, l’informatica e le sue evoluzioni lo sono diventate. Poche sfumature di questa nuova parola ci hanno resi davvero persone migliori. Ciò che avrebbe solo dovuto farci diventare macchine per facilitare i nostri scopi e le nostre conoscenze ci ha resi davvero figli della sua macchina. Siamo tanti computer che ragionano e si muovono in base a ciò che è “concesso” fare. Noi e la nostra mente siamo limitati a dover reagire e pensare senza poter o dover essere noi stessi. Ribadisco che tutto era nato anche per aprire le nostre persone e le nostre mentalità ad un mondo nuovo. Cercare un miglioramento personale per chi aveva difficoltà a “vivere” se non nella propria casa e con la propria persona. Aprirsi ad opinioni, vite e iniziative personali. Tutto sembra sfuggito. Adesso il “libera la propria persona” ci rende anche peggiori. Tutto ciò dà solo sicurezza al nostro “lato oscuro” perché niente sarà più facile che sprigionare il peggio di sé senza mai affrontarlo con gli occhi.

Siamo gente di frasi fatte e di personalità misera. Amiamo sentirci speciali per ciò che pubblichiamo o diciamo ma non per ciò che diamo o siamo. La serie Tv “Black Mirror” fa emergere l’importanza di quanto l’informatica ci stia cambiando, di quanto non sia semplice affrontare la nostra stessa persona al di fuori di un mondo tecnologico. Non apriremo mai gli occhi fino a quando non verremo davvero morsi dalla nostra coscienza. Dipenderà sempre tutto dalla circostanza e dalla gravità della situazione ma sicuramente fa aprire abbastanza gli occhi da lasciare un vuoto allo stomaco. In Black Mirror ogni episodio riguarda una storia diversa con situazioni diverse, ma ognuna di esse gira intorno all’informatica (in particolare, ai social media) e fa capire quanto siamo schiavi e prigionieri della nostra stessa creazione ed evoluzione. Circostanze che non fanno sentire all’altezza, in cui c’è bisogno di fingere per sentirsi minimamente alla pari e continuare a far parte di una società che ci vuole in un certo modo, e ci permette, di conseguenza, di non scoprire del tutto ciò che di buono ci appartiene.

Black Mirror ci aiuta ad uscire dalla sola ed unica visione positiva del social, soprattutto. Pensiamo di comparire agli occhi della società solo per essere accettati. Poche persone sanno quanto sia importante mostrarsi per come si è senza appoggiare del tutto il cambiamento che ci divora. Siamo purtroppo in una società dove speriamo di poter essere tutti uguali per poter sentirci accettati (nonostante le migliaia di post per sentirci la pecora nera del gregge). Se arriviamo a vedere le cose in modo diverso (e non sia mai ad esporci) veniamo semplicemente considerati “paranormali”, “instabili” e a volte “ignoranti”. Il male non colpisce tanto noi esseri ormai già “maturi” e capaci di scegliere e decidere cosa fare della nostra vita. Il lato oscuro colpisce soprattutto i più piccoli. La mia generazione ricorderà il primo telefonino ai tempi delle medie (prima non era concesso) e quanto potesse essere difficile ammettere la scelta non condivisa dai propri genitori. Ricorderemo la sfida a chi avesse il cellulare più attivo e veloce nella condivisione di immagini via Bluetooth. Era una novità ma niente di particolarmente vitale. Ai giorni d’oggi invece abbiamo a che fare con ragazzini che già alle elementari nutrono un forte interesse per avere tra le mani un telefono. Devono sentirsi qualcuno. Devono confessare un loro “sentimento” (voler bene o amore) solo con un post su Instagram.

Non importa se in giro non ci sia un vero e proprio legame. Non importa se quell’amica non abbia niente a che vedere con il tuo modo di vedere o di essere, ognuno ha solo voglia di essere accettato. Nutre solo un forte desiderio di non essere emarginato. Prevale un bene reso pubblico ma non vero. Prevale, sostanzialmente, il sentirsi amati e mostrati a tutto il mondo invece di una vera e sana chiacchiera per aprire sé stessi. E’ triste il modo in cui siano diventati superficiali i rapporti umani. Ciò che ci distingueva era il modo in cui le emozioni venivano trasmesse attraverso il cuore, gli occhi e la mente e che adesso non hanno più importanza. Era troppo bello vivere in armonia. E’ più “popolare” vivere di like. L’apparenza, che prima si diceva ingannasse, ai giorni d’oggi è semplicemente l’unica cosa che conta (inganna o no, non importa, “ho bisogno di essere e sentirmi qualcuno”).

Come uscire dalla bolla

Leggere opinioni opposte alle nostre potrebbe non aiutare ad allargare il nostro punto di vista: l’economista Tyler Cowen propone allora un metodo alternativo

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Tyler Cowen è un economista e divulgatore statunitense, autore di un blog molto popolare – Marginal Revolution – e di libri tradotti anche in Italia. Collabora con varie testate, tra cui il New York Times e Bloomberg.

Original post: Il Post

Spesso mi capita di ricevere richieste dai lettori e di recente mi è stato chiesto di indicare delle «regole valide per evitare la propria bolla». Quello che intendeva la persona che mi ha scritto era come evitare di leggere troppi articoli scritti da persone che condividono la sua stessa opinione, per riuscire a mantenere una posizione equilibrata in un’epoca di crescente polarizzazione. Ovviamente non sempre una posizione “equilibrata” è anche la più corretta. Capire le opinioni degli altri e tenere a mente i limiti del proprio punto di vista, però, sembra comunque essere una cosa preziosa. Purtroppo non è semplice come potrebbe sembrare.

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Buzz in the Blogosphere: Millions More Bloggers and Blog Readers

Blogs are sometimes overlooked as a significant source of online buzz in comparison to social networking sites, yet consumer interest in blogs keeps growing. By the end of 2011, NM Incite, a Nielsen/McKinsey company, tracked over 181 million blogs around the world, up from 36 million only five years earlier in 2006.

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Bloggers: Who are they?

It’s no surprise that the growing number of blogs mirrors a growth in bloggers. Overall, 6.7 million people publish blogs on blogging websites, and another 12 million write blogs using their social networks.

So, who are blog writers and what else do they do online?

  • Women make up the majority of bloggers, and half of bloggers are aged 18-34
  • Bloggers are well-educated: 7 out of 10 bloggers have gone to college, a majority of whom are graduates
  • About 1 in 3 bloggers are Moms, and 52 percent of bloggers are parents with kids under 18 years-old in their household
  • Bloggers are active across social media: they’re twice as likely to post/comment on consumer-generated video sites like YouTube, and nearly three times more likely to post in Message Boards/Forums within the last month.

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